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SQUALI AI RAGGI X: DOMENICO FARAGALLI In evidenza

Nello staff tecnico biancazzurro figura ormai da diverse stagioni un punto di riferimento costante: quello del professor Domenico Faragalli, il preparatore che dal campionato 2012/2013 cura a livello fisico/atletico gli Sharks, con cui ha condiviso e contribuito alla scalata che li ha riportati in Serie A2.

Oltre alle innegabili capacità professionali, testimoniate da un curriculum denso di esperienze e riconoscimenti a livello nazionale, la sua figura ha acquistato sempre più importanza anche a livello umano: da anni Domenico è infatti un cardine dello spogliatoio biancazzurro, che contribuisce a tenere saldo e unito complice il rapporto di grande stima reciproca che sa instaurare con giocatori e ‘colleghi’ dello staff. A maggior ragione quest’anno, vista la presenza in panchina di Emanuele Di Paolantonio con cui era già legato da un rapporto indissolubile: questi e molti altri sono i temi affrontati nell’intervista, che ripercorre la sua lunga avventura rosetana ma anche gli inizi nella pallamano, il lavoro con Moss e Polonara, ed il rapporto tra sport e scuola visto da un … Prof. Buona lettura!

Sei il componente dello staff con la più lunga militanza all’interno degli Sharks: com’è nata questa opportunità, ed almeno nelle fasi iniziali c’è  stato qualche tentennamento per via delle tue origini teramane?

L’aspetto campanilistico è stato molto facile da superare, perché sapendo che piazza importante sia Roseto per il basket sono stato onorato di poter lavorarci, oltretutto in una società capace di raggiungere velocemente i livelli professionistici. L’opportunità nacque grazie a Marco Verrigni, che mi chiamò subito dopo il fallimento di Teramo, e Peppe Di Sante con cui la trattativa si chiuse molto velocemente: è iniziato così un percorso molto positivo e ricco di soddisfazioni.

Visto il tuo rapporto consolidato con Emanuele Di Paolantonio, affiancarlo nella sua prima stagione da head coach avrà un significato particolare per te.

Da un lato sentivo una grande responsabilità, conoscendo le difficoltà a cui saremmo andati incontro ed il fatto che per lui fosse il primo anno da capo-allenatore. Dall’altro ero però sicuro che fosse una svolta positiva, conoscendo il valore di Emanuele: ha tutte le carte in regola per farlo ed era arrivato il momento giusto, dopo tante esperienze da assistente in cui ha imparato da maestri importanti. Il nostro rapporto non saprei neanche dire quando iniziò, perché da quando sono nel basket non è praticamente passato un solo giorno senza aver condiviso qualcosa: anche negli anni in cui abbiamo lavorato per società diverse, la nostra collaborazione è proseguita con i camp estivi. Conosco quindi benissimo le sue grandi qualità, sia tecniche che umane.

Qual è stato a tuo parere il segreto di questo gruppo, capace fin qui di un campionato ben oltre le previsioni?

Fin da quando è stata costruita questa squadra, ho sempre affermato che uno dei criteri principali fosse quello di rispecchiare lo spirito rosetano: giocatori affamati, che amano combattere ed arrivavano qui con motivazioni forti e voglia di riscatto. Al di là del discorso tecnico è stato questo l’identikit che cercavamo nel roster di quest’anno, anche perché la magia di questo posto aiuta a far ritrovare energie e rendere al meglio: oltre a questo, avere elementi di indubbie doti tecniche ed esperienza (due su tutti Robert Fultz e Valerio Amoroso), ovviamente ha aiutato molto.

A proposito del pubblico, avrai sicuramente un aneddoto che testimonia il grande attaccamento dei rosetani per il basket.

Il primo anno che ero qui, dopo aver svolto i primi 10/15 giorni di preparazione estiva diedi una mattinata di riposo. Il pomeriggio stesso, mentre parcheggiavo la macchina mi venne incontro un signore sempre presente agli allenamenti, dicendomi che quando annullavo una seduta dovevo farglielo sapere! Gli risposi che ero appena arrivato, e non sapevo che anche i tifosi andavano informati sui programmi di allenamento, ma mi scusai promettendo di non ripetere più questo ‘errore’. Un episodio simpatico, che mi ha permesso di toccare con mano la passione viscerale che si respira a Roseto per questo sport.

Nei molti anni trascorsi qui a Roseto, con chi hai stretto i rapporti più importanti a livello umano?

Di persone ce ne sono tante, a cominciare da una figura di riferimento come Vittorio Fossataro che è un po’ il totem di questa società. Negli anni precedenti dovendo fare un nome direi Antimo Di Biase, ma in generale un po’ con tutti: lo staff è sempre stato uno dei nostri punti di forza, e si sono creati tanti legami profondi.

Fra tutti i giocatori che hai allenato, qual è stato quello dalle doti fisiche maggiormente spiccate e quello che invece è più migliorato sotto la tua guida?

Tra coloro che ho avuto il piacere di allenare, quello con le doti fisiche più importanti a livello di completezza è sicuramente David Moss. Sul più migliorato, io porto come piccolo motivo di vanto il percorso di Achille Polonara: arrivò a Teramo che aveva 14 anni con un fisico tutto da costruire, ed è uscito dal settore giovanile completamente trasformato sul piano fisico/atletico. Un lavoro che, unito ovviamente alle sue enormi qualità tecniche, lo ha portato ad essere oggi uno dei giocatori più forti d’Italia.

Non tutti sanno che hai iniziato con la pallamano, raggiungendo traguardi molto importanti …

Nella pallamano sono stato giocatore e allenatore in Serie A, disputando anche le coppe europee: poi sono entrato nel mondo del basket frequentando il corso da preparatori per una questione di cultura personale, e per migliorare le mie conoscenze. Contestualmente collaboravo già con alcune società teramane di basket a livello giovanile, così ad un certo punto mi sono trovato di fronte a un bivio: continuare con la pallamano, o intraprendere un discorso professionistico nella pallacanestro.

La tua scelta è ormai nota: cosa ti ha spinto a virare sulla palla a spicchi?

E’ stata una decisione scontata, perché nella pallamano a livello teramano avevo ormai raggiunto l’apice. Così, stimolato da una nuova esperienza e da un ambiente in crescita ho preso questa decisione, ed oggi sono molto soddisfatto di aver preso questa direzione e di ciò che il mondo del basket mi ha dato e continua a darmi quotidianamente.

Da professore di liceo, come giudichi il rapporto tra scuola e sport in Italia?

Purtroppo, e mi dispiace dirlo, in Italia non c’è cultura sportiva all’interno delle scuole: siamo molto lontani da quello che è il mio ideale e da ciò che viene fatto in tanti Paesi d’Europa, dove lo sport rappresenta il fulcro dell’istruzione scolastica. Qui da noi, i docenti di scienze motorie sono dei veri e propri eroi: costretti a lavorare in ambienti obsoleti, senza le condizioni necessarie per un aspetto così importante. Il paradosso è che oggi si cerca di riportare attenzione su temi come il benessere ed il wellness spendendo tanti soldi per palestre e cose del genere, quando la scuola dovrebbe essere la base da cui partire per evitare certi problemi. Anni fa c’era una cultura diversa che poi è stata abbandonata, ed oggi ne stiamo pagando le conseguenze.

Cosa rimane nel tuo poco tempo libero?

La mia passione principale è la musica: in quest’ultimo periodo ad esempio sono in fissa con Brunori Sas, un cantautore italiano emergente che sto ascoltando moltissimo. Poi mi piace viaggiare, e in questo lo sport mi ha aiutato tanto: con la pallamano in particolare ho davvero girato il mondo, ed è uno dei regali più belli che mi porto dietro in questi anni!

Stefano Blois-Ufficio Stampa Roseto Sharks

[In foto, Domenico Faragalli-Scatto di www.roseto.com]

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