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SQUALI AI RAGGI X: ROBERT FULTZ In evidenza

Tornato nella Roseto che lo lanciò dodici anni fa, Robert Fultz riveste l’importante ruolo di capitano del gruppo biancazzurro: un contributo che si sta rivelando fondamentale nella stagione degli Squali, sia a livello tecnico (8.4 punti e 4.4 assist di media, che lo rendono il quarto miglior passatore del girone) sia per l’esperienza che sa quotidianamente trasmettere ai suoi compagni più giovani, per cui rappresenta una vera e propria guida. Pilota uno degli attacchi più prolifici del torneo (non a caso fermatosi a soli 56 e 67 punti nelle due gare in cui è stato assente) e da  buon regista è spesso risultato il vero barometro di questa squadra: se gira lui, girano tutti. Andiamo a conoscerlo meglio, in un’intervista a 360° che passa dal basket alla meditazione toccando con mano il cambiamento, tecnico ma soprattutto personale, di un Robert Fultz molto diverso dalla sua prima versione rosetana.

 

Sei tornato nel Lido delle Rose dodici anni dopo la tua prima esperienza: quanto sei cambiato, e quanto è cambiata Roseto in quest’arco di tempo?

Dodici anni fa ero molto giovane, e Roseto fu la mia prima esperienza da protagonista in A1 dopo essere uscito dalle giovanili Fortitudo: un trampolino di lancio che sfruttai al massimo, fra il mio entusiasmo ed il calore della gente. Ora sono un giocatore più controllato e pacato, che riflette molto e si lascia prendere meno dall’impulsività: ho scelto di tornare perché mi mancava una città sul mare che vivesse di pallacanestro dalla mattina alla sera, e la passione verso il basket qui è rimasta intatta anche dopo tanti anni.

La stagione era partita con aspettative ben diverse rispetto all’attuale classifica: quando hai capito che questa squadra valesse qualcosa in più rispetto ai pronostici iniziali?

Onestamente non ero così preoccupato ad inizio stagione, perché con l’esperienza ho imparato a dare il giusto valore alle gare di preseason: allo stesso tempo però c’erano tante incognite, partendo senza un americano e con un rookie come Adam Smith che non sapevamo cosa potesse darci. Sicuramente la firma di Amoroso ci ha regalato un po’ di tranquillità in più per un reparto lunghi tutto da costruire, e poi la vittoria all’esordio di Verona ha rappresentato una svolta: imporci sul campo di una squadra allestita per vincere, con quel controllo e conducendo dall’inizio alla fine, ci ha fatto subito rendere conto che non eravamo una squadra da fondo classifica come pensavano in molti.

Conoscevi già Emanuele Di Paolantonio per averlo avuto da assistente negli anni di Teramo: ti aspettavi che avesse questo impatto così positivo alla prima stagione da capo-allenatore?

Lo conoscevo già, ma un conto è il ruolo da assistente ed un altro avere le responsabilità da primo, oltretutto in una piazza come Roseto. Credo che a fare la differenza siano state le sue qualità umane, che l’hanno aiutato subito a formare un’identità di squadra: è un allenatore con idee chiare in campo, ma soprattutto con la capacità di ascoltare il gruppo e mettersi a disposizione di tutti, che nel basket moderno fanno la differenza.

Anche con Valerio Amoroso avevi già un feeling consolidato, dentro e fuori dal campo.

Valerio è il classico ‘genio e sregolatezza’, ma è soprattutto un giocatore che mette davvero il cuore in tutto ciò che fa. Ho spinto fortemente per la sua firma quando se n’è presentata l’opportunità, perché pur avendo una personalità per certi versi difficile da gestire è una persona vera, che quando c’è qualcosa che non va lo fa notare senza mezzi termini, ed in un mondo finto come questo è merce rara. Per un allenatore alla prima esperienza come Emanuele, inoltre, la presenza di uno come lui può essere una marcia in più: in campo poi ci dà una grande sicurezza, ed a livello personale avere al fianco un altro veterano mi agevola tanto.

Tornando al percorso svolto fin qui, mantenere una grande costanza di rendimento in casa è stata una delle chiavi della stagione.

Indubbiamente, e molto del merito va ascritto al nostro pubblico che ci dà una carica incredibile: portare oltre 3.000 persone al palazzetto rende l’atmosfera caldissima, regalandoci un vero e proprio sesto uomo in campo. Paradossalmente c’è anche un po’ di rammarico per le uniche due sconfitte interne: sia contro Treviso che con la Virtus Bologna, al di là del valore delle avversarie, potevamo portare a casa i due punti. In generale, comunque, il fattore campo ha avuto un’incidenza notevole sul nostro percorso finora.

Quanto beneficierà la squadra dell’innesto di Andrea Piazza, un cambio nel tuo ruolo che probabilmente fin qui era mancato?

Era sicuramente una casella scoperta, non essendoci un altro playmaker puro in organico: in alcuni momenti della stagione avevamo pagato questa lacuna. Avere un altro regista dà tanta sicurezza in più alla squadra in partita, oltre a dare una grande mano negli allenamenti. Andrea poi si è inserito benissimo nel gruppo, sia a livello tecnico che umano, ed anche questo è un aspetto fondamentale.

Ripercorrendo la tua lunga carriera, qual è stato il compagno più forte con cui hai giocato?

Di compagni forti ce ne sono stati tanti, da Pozzecco a Basile passando per Vujacic ed Edney, che mi hanno dato tantissimo ai tempi in cui la Fortitudo era al top d’Europa. Dovendo fare un nome però mi viene da dire Marco Belinelli, con il quale ho mantenuto tuttora uno splendido rapporto: sono stato due volte da lui a vedere le Finali NBA, ed oltre a essere un grande campione è rimasto la stessa splendida persona che era prima di varcare l’oceano, senza mai perdere la grande umiltà che lo ha contraddistinto per tutta la sua carriera. Lo considero un grande esempio per tutti i giovani, soprattutto per la sua capacità di essere rimasto sempre con i piedi per terra.

Oltre a Belinelli, avrai stretto un rapporto umano importante con tante altre persone da quando sei nel basket.

E’ uno sport che ti permette di conoscere tante persone e intraprendere dei bellissimi legami: con Stefano Mancinelli siamo cresciuti insieme nella Fortitudo dandoci tanto a vicenda e con lui mi sento ancora spesso, stesso discorso per Mattia Soloperto. Anche con lo stesso Valerio Amoroso, pur avendo giocato un solo anno insieme a Teramo prima di ritrovarci qui, ero sempre rimasto in contatto. E, per fortuna, l’elenco sarebbe ancora molto lungo …

Avere un padre giocatore (John Leslie Fultz, autore di una gloriosa carriera negli anni ’70)  quanto ha influito nell’avvicinarti a questo sport?

Da un lato è stato un grande aiuto: mio padre mi ha insegnato tutto, infondendomi la passione per questo sport. Dall’altro però, soprattutto ad inizio carriera, avere un nome ‘pesante’ dietro ti mette un po’ di pressione addosso: nei primi anni ero sempre considerato come ‘il figlio di John’. Ne parlavo ad esempio con Andrea Meneghin, che aveva anch’esso sofferto questa situazione: a questo proposito, ricordo che a 19 anni quando ero in Fortitudo un giornalista mi intervistò dopo una delle prime belle partite fatte in carriera e la prima domanda che mi fece riguardava mio padre. Meneghin era seduto vicino a me e si arrabbiò tantissimo con il giornalista. ‘Ha fatto una bella partita lui, non suo padre!’ gli disse. Con il tempo però, ovviamente, è una situazione che ho superato.

Robert Fultz fuori dal campo: il tuo miglior pregio ed il peggior difetto.

Tra i pregi l’apertura mentale, la voglia di crescere e migliorare giorno dopo giorno che ho in tutti gli aspetti della vita, e la capacità di saper ascoltare gli altri. Il peggior difetto è invece la poca tolleranza che a volte ho nei confronti delle persone, faticando ad accettare certi comportamenti e a non capire che ognuno segue il suo percorso e non devo essere sempre io ad imporre le mie idee.

Da qualche mese hai scelto di non mangiare più carne: a cosa è dovuta questa scelta?

Fino a poco tempo fa ero una persona ‘normale’ da questo punto di vista, poi dalla scorsa estate ho iniziato un percorso di meditazione che mi ha aiutato a trovare più equilibrio e serenità, portandomi anche a fare delle scelte. Tra queste, c’è quella di non mangiare più carne ed animali in generale: penso sia la cosa più giusta per tanti motivi, sia di salute personale (sono convinto non faccia per niente bene mangiarla) e sia perché non sopporto quando si fa del male a qualcuno, persona o animale che sia. Non ritengo bello sfruttare un animale per il nostro piacimento, e poi mangiare carne crea uno dei più grandi inquinamenti a livello planetario. Le persone spesso non si informano e non lo sanno, io l’ho fatto ed ho eliminato prima la carne rossa e poi quella bianca: non so dove arriverò in questo percorso, ma è una cosa di cui sono convinto. Ovviamente tutto ciò è fatto con cognizione di causa, informandomi e facendomi seguire da un nutrizionista per integrare le proteine e far sì che tutto ciò non risenta minimamente sulla prestazione sportiva. Tanti altri giocatori hanno fatto questo passo, e non certo per moda: sono convinto che il futuro sarà questo, bisogna prendere coscienza di certe situazioni e non rimanere uguali a trent’anni fa pensando che tutto ciò che abbiamo sempre fatto sia giusto. Colgo quindi l’occasione per raccomandare a tutti di informarsi su questo tema!

Hai accennato anche ad un percorso di meditazione che ti ha cambiato in molti aspetti della vita.

Quest’estate ho seguito un corso di quattro giorni tramite una signora che me l’ha suggerito: da parte mia ero già predisposto, perché è un percorso che ha aiutato tanto anche mio padre ad uscire da certi periodi difficili della sua vita, come chi conosce la sua storia o ha letto il suo libro sa già. Sono convinto che sia un passo enorme, che tutti dovrebbero sperimentare: ogni tanto prendersi un momento per stare da soli e chiudere gli occhi ti regala pace e tranquillità interiore, permettendoti di vedere tante cose in modo diverso senza farsi travolgere dall’ansia. Sono alle prime armi in questo percorso, ma giorno dopo giorno cerco di crescere perché è molto importante connettersi con il proprio lato spirituale: tutti colleghiamo il cervello alla pancia bypassando il cuore, ed è un grave errore.

Il posto più bello che hai visitato, e quello in cui vorresti assolutamente andare?

Sono stato fortunato perché ho avuto la possibilità di viaggiare molto, soprattutto in America dove ho anche dei parenti. Uno dei posti più belli in assoluto è stata la Thailandia, ed in generale mi piacerebbe scoprire meglio l’Oriente, rispetto all’Occidente che conosco già bene.

Chiudiamo con un occhio al futuro: hai già un’idea di cosa fare una volta appese le scarpe al chiodo?

A giugno aprirò una birreria a Barcellona con Simone Flamini, capitano di Siena che ha già un pub a Pesaro, ed altri due nostri amici. Poi farò un corso di management sportivo con la FIBA, un’opportunità che ho colto al volo e mi sembra molto interessante. L’ambiente meditativo e il discorso legato all’alimentazione sono sicuramente strade che continuerò a percorrere, ed in futuro mi piacerebbe aprire un ristorante vegano a Bologna. Per il resto, come ti ho detto prima sono in evoluzione continua, quindi i miei progetti sono cambiati e cambieranno ancora!

Stefano Blois-Ufficio Stampa Roseto Sharks

[In foto, Robert Fultz-Scatto di Andrea Cusano]

 

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